di Carlo Longo

Non c’è ancora un atto formale, ma il quadro che emerge dal dossier Ferretti e dai precedenti più recenti è convergente: il Governo considera concreta la possibilità di intervenire con i poteri speciali se il rinnovo del consiglio dovesse consolidare un controllo di fatto cinese su un gruppo che, oltre agli yacht, presidia tecnologie navali sensibili, dati e una divisione Security & Defence

di Carlo Longo

Sul dossier Ferretti Yachts, uno dei nomi più prestigiosi della nautica italiana e mondiale, il punto non è più soltanto industriale. È politico, strategico, e ormai anche istituzionale. A quanto è dato sapere il Governo non ha ancora assunto una decisione formale, ma appare orientato a tenere pronta l’opzione del Golden Power qualora l’imminente rinnovo del Consiglio di amministrazione produca un ulteriore rafforzamento del controllo effettivo del socio cinese Weichai. In altre parole, non è l’esistenza dell’azionista straniero a fare problema; è il possibile slittamento definitivo della governance di una società ritenuta sensibile verso un perimetro interamente allineato a interessi extraeuropei.

La chiave, a quanto spiegano fonti ben informate, non sta nelle soglie formali ma nel controllo di fatto. Nel sistema italiano dei poteri speciali non conta soltanto chi supera il 50% più un’azione: può esercitare un controllo sostanziale anche un socio con una quota inferiore, se è in grado di nominare amministratori, orientare le decisioni e sfruttare un azionariato disperso o una bassa partecipazione assembleare. È la stessa logica che valeva ieri per Pirelli e che oggi torna a pesare su Ferretti. E il precedente Pirelli è tutt’altro che teorico: il 9 aprile 2026 il Consiglio dei ministri ha effettivamente esercitato il Golden Power, imponendo limiti alla presenza del socio cinese Marco Polo/CNRC nel vertice della società e vietando che i suoi designati assumano ruoli come presidente o amministratore delegato.

È qui che Ferretti smette di essere “solo” un gruppo della nautica di lusso. Il gruppo dispone di una divisione Security & Defence attiva su unità per marine militari, guardie costiere e forze di polizia; il suo peso economico può essere ridotto, ma il valore strategico è un altro: piattaforme ad alta velocità, sensori, sistemi di comunicazione, software di bordo e soluzioni a possibile doppio uso. Per tali caratteristiche Ferretti potrebbe dunque rientrare nel perimetro dell’articolo 1 della normativa Golden Power, quello che riguarda difesa e sicurezza nazionale. Tradotto: non si discute soltanto di yacht, ma di tecnologie navali italiane sensibili.

C’è poi il tema, ancora più delicato, del trasferimento di know-how. Più fonti pubbliche e comunicazioni di Weichai confermano che il gruppo cinese avrebbe utilizzato tecnologie avanzate provenienti da Ferretti nell’hub marino di Qingdao, presentato come polo globale dell’equipaggiamento nautico e con ricadute anche su segmenti di “public service vessels”. Il messaggio per il decisore pubblico è evidente: la questione non è solo chi siede in consiglio, ma se competenze navali, dati, software e capacità ingegneristiche italiane stiano già alimentando un ecosistema industriale cinese vicino a funzioni di sicurezza. È esattamente il tipo di nesso tra tecnologia e sovranità che ha già spinto Palazzo Chigi a irrigidire l’approccio su altri dossier.

Per altro il Governo i fari su Ferretti li aveva già accesi. Nel 2024 la Presidenza del Consiglio aprì un’istruttoria Golden Power su un’operazione di buy-back, chiedendo chiarimenti sugli effetti su governance e management; a quel punto la società fece marcia indietro, ritirò la notifica e il dossier fu chiuso. Non fu un incidente marginale: fu il primo segnale pubblico che Ferretti era già entrata nel radar strategico di Palazzo Chigi. Poi, il 3 marzo 2026, è arrivato un secondo passaggio decisivo: la Presidenza del Consiglio ha autorizzato senza condizioni l’OPA parziale di Azúr/KKCG, riconoscendo però la rilevanza strategica di Ferretti. Un passaggio che dice molto: Roma non ha visto rischi tali da intervenire sull’ascesa di un investitore europeo, ma ha certificato che Ferretti è materia da screening. Il problema, dunque, non è la contesa societaria in sé; è la direzione geopolitica in cui quella contesa può portare il gruppo.

Il contesto normativo, nel frattempo, è cambiato in modo sostanziale. La legge n. 4 del 2026 ha aggiornato la disciplina del Golden Power, includendo espressamente la sicurezza economica e finanziaria nazionale tra i parametri che possono giustificare l’intervento del Governo. È un salto non secondario: significa che il perimetro della tutela si è allargato, adeguandosi al nuovo clima europeo di de-risking e alla crescente attenzione per il controllo di tecnologie critiche, dati e filiere. Se si incrocia questa riforma con il precedente Pirelli, il messaggio è chiaro: Palazzo Chigi oggi usa i poteri speciali con una lettura molto più sostanziale e meno notarile di qualche anno fa.

Il vero detonatore, allora, diventa il rinnovo del consiglio del 14 maggio. Sul sito ufficiale di Ferretti risultano depositate due liste contrapposte, quella di Ferretti International Holding-Weichai e quella di KKCG; il dossier allegato segnala che l’attuale governance vede il socio cinese controllare 6 consiglieri su 9, mentre il parere avverte che un board interamente o stabilmente allineato agli interessi cinesi potrebbe essere interpretato come un cambiamento significativo del controllo effettivo, in una logica vicina ai precedenti Pirelli e Telecom Italia-Vivendi. È questo il punto che conta: la soglia da sorvegliare non è il 30%, ma la composizione del vertice.

Se l’intervento arrivasse, non è detto che assumerebbe la forma di un veto secco. Più probabilmente, seguendo la traccia già vista in altri casi, potrebbe tradursi in prescrizioni: limiti alle nomine apicali, tutela della ricerca e sviluppo in Italia, vincoli sul trasferimento di know-how, controllo sulla localizzazione dei dati, supervisione sul software di bordo e protezione rafforzata della divisione Security & Defence. Per questo, più che chiedersi se il Governo “userà” o meno la vecchia gold share, oggi bisogna prendere atto di un dato: su Ferretti il Golden Power non è più una minaccia teorica. È un’opzione concreta, pronta a diventare decisione politica se il baricentro della governance dovesse spostarsi definitivamente verso Pechino.

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