di Ennio Bassi

Bolognese e Vento: «Dalle scuole medie alle nuove droghe sintetiche, tra social, poliuso e rischi sottovalutati: la nuova mappa delle dipendenze giovanili»

Prof. Antonio Bolognese

Le dipendenze tra adolescenti e giovanissimi stanno cambiando volto. Si abbassa l’età del primo consumo, cresce il ricorso al poliuso del fine settimana e si diffondono sostanze di nuova generazione che spesso sfuggono ai controlli tradizionali. Accanto a questo, il peso del mondo digitale, delle dinamiche del gruppo dei pari e di nuove abitudini percepite come innocue rende ancora più complesso un fenomeno che intercetta fragilità psicologiche, solitudine e bisogno di appartenenza.

In questa intervista Antonio Bolognese, professore onorario di Chirurgia generale alla Sapienza Università di Roma e responsabile scientifico della Commissione Prevenzione delle Dipendenze OMCeO Roma, e Alessandro Vento, psichiatra, responsabile del Centro di Salute Mentale Asl Roma 2 di via Monza e presidente dell’Osservatorio sulle dipendenze e altri disturbi sottosoglia, spiegano quali sono i segnali d’allarme da non sottovalutare, quali danni l’uso di alcol e droghe può provocare in un organismo ancora in crescita e perché oggi la prevenzione deve abbandonare toni moralistici e puntare su ascolto, credibilità e peer education. Un lavoro che si inserisce in un progetto attivo tra il 2022 e il 2026 in cinque regioni italiane, con il coinvolgimento di oltre 6.000 studenti, insieme a genitori, insegnanti, allenatori e atleti.

1. Professore,quandoparliamodidipendenzedadroghetraigiovani,qualisonooggii segnali più preoccupanti che state osservando?

L’anticipazione del fenomeno ad un’età sempre più precoce (ovvero il primo consumo di alcolici e cannabis già alle scuole medie), associato ad un effetto di anticipazione promosso dai social con dipendenza dagli smartphone e, subito dopo alle scuole superiori, il passaggio al consumo molto diffuso di altre sostanze psicoattive di nuova generazione (come, ad esempio, la cocaina crack fumata oppure la cocaina rosa). La drammatica precocità di tutto ciò interferisce con la maturazione del cervello in maniera proporzionale alla precocità dell’età del primo consumo, nella fascia 10-25 anni. Inoltre, ci impensierisce molto la diffusione di sostanze ultrapotenti sotto “mentite spoglie”, come, ad esempio, i nuovi dispositivi elettronici che erogano sali di nicotina a giovanissimi, con un mercato che cerca di convincerli attraverso messaggi di marketing che sono meno dannose delle sigarette tradizionali, fatto che è falso poiché inducono maggiormente dipendenza.

2. Rispetto al passato, è cambiato il modo in cui gli adolescenti e i giovani adulti si avvicinano alle sostanze?

Sì, oltre all’età del primo consumo che è cambiata, è cambiata anche la modalità di assunzione degli psicotropi che prevede la binge nel fine settimana (ossia abbuffata di grandi quantitativi – ad esempio di alcool) e anche il poli-uso, ossia il mix di diverse cose in base all’effetto desiderato. I più esperti vengono definiti “psiconauti” per la loro capacità di gestire autonomamente sostanze, purtroppo talvolta con effetti fatali oppure con gravi crisi comportamentali e psichiatriche.

3. In che senso le nuove droghe o i nuovi contesti di consumo rendono il fenomeno più difficile da intercettare?

Per prima cosa le Nuove Sostanze Psicoattive (NPS) non sono rintracciabili con i comuni test tossicologici negli ospedali o in altri servizi clinici, oppure dalle forze dell’ordine. Per rilevare queste NPS servono tossicologi esperti che facciano delle ricerche mirate, altrimenti diventa come cercare un ago nel pagliaio. Inoltre, sono contesti dove le persone non parlano volentieri di quello che prendono, per diffidenza e paura delle conseguenze. Infine, molte di queste sostanze sono vendute online prima che vengano regolamentate, ossia sono in un’area grigia.

4. Molti ragazzi tendono a sottovalutare i rischi, soprattutto quando si parla di uso occasionale. Quali possono essere invece le conseguenze reali, anche dopo consumi apparentemente sporadici?

Esistono alcune sostanze dove i rischi sono molto elevati già dal primissimo consumo, come ad esempio l’MDMA-Ecstasy oppure i catinoni sintetici come il mefedrone, i cannabimimetici sintetici (le c.d. Spice Drugs) o la cocaina rosa, ma anche la cocaina stessa. Tutte queste possono dare effetti devastanti, talvolta fatali, già dalle primissime esperienze di consumo. E comunque molte altre determinano una grave dipendenza a stretto giro, come la cocaina da fumare (crack) e quindi i ragazzi si trovano in trappola senza neppure aver avuto il tempo di rendersi conto dei rischi. Idem con lo smartphone, promotore di scommesse online e dipendenza da social, oltre che disorganizzatore della sintonizzazione tra le persone.

5. Quali sono i principali danni che le droghe possono provocare sull’organismo di un ragazzo in fase di crescita, dal punto di vista neurologico, cardiovascolare e psicologico?

Ci concentriamo intanto sull’impatto che l’uso di alcool e sostanze in adolescenza determina sulla traiettoria di maturazione del sistema nervoso, che mediamente termina intorno ai 25 anni di età. I nuclei della base alterati determinano l’Addiction, ossia la dipendenza comportamentale. I lobi frontali del cervello non si maturano adeguatamente e questo vuol dire impulsività, aggressività e scarse funzioni cognitive. Inoltre, si danneggiano tutti i circuiti che hanno a che fare con umore e affettività. Infatti, sia sul piano sociale che psicologico tutto ciò determina un grave isolamento con conseguenze catastrofiche. Naturalmente ci sono una serie di danni anche a livello cardiologico, respiratorio e di altri apparati, come ad esempio la fibrosi vescicale di chi consuma la ketamina e così via.

6. C’è una differenza, sul piano medico e sociale, tra l’uso ricreativo percepito come “controllato” e l’inizio di una vera dipendenza?

Sul piano medico la dipendenza arriva sempre, ma con stadiazioni di malattia differenti. Soggetti particolarmente vulnerabili, che corrispondono a circa un terzo della popolazione (ma questo non è noto a priori sul singolo), sviluppano delle forme molto gravi di dipendenza e più in fretta. La gravità di queste conseguenze dipende dalla precocità dell’età del primo consumo, dalla familiarità e dal consumo di sostanze dalla madre durante la gravidanza, ed anche dalla potenza farmacologica dei prodotti che vengono consumati. Ad esempio, chi consuma cocaina o cannabis sviluppa molto più rapidamente dipendenza di chi consuma allucinogeni come i funghi a base di psilocibina, che a loro volta generano altri tipi di problemi. Sul piano sociale è tutta un’altra storia. Il fenomeno è normalizzato e quindi difficilmente sottoposto a critica da parte dei ragazzi. Per questo avvicinare gli adolescenti ad un ragionamento scientifico e facilmente fruibile, perché fatto con semplicità, è davvero di fondamentale importanza.

7. Dove si colloca il confine di rischio?

Per tutti questi motivi il rischio c’è sempre. Ad esempio, per il consumo di alcol non esiste mai il rischio zero. Immaginiamo che una donna in gravidanza beva un bicchiere di vino e che quello può essere potenzialmente sufficiente a determinare una malformazione nel nascituro. Ma lei lo scoprirà solo a cose fatte. Lo stesso vale per l’azione cancerogena dell’alcool.

8. Negli ultimi anni si parla molto di poli assunzione, cioè dell’uso combinato di più sostanze, spesso insieme all’alcol. Quanto è pericoloso questo fenomeno tra i più giovani?

In termini di rischio, il poli uso aumenta il rischio di conseguenze negative per la salute. Ad esempio, le persone che consumano cocaina ed alcol insieme (coca etilene) hanno maggiori eventi cardiologici come aritmie fatali; quindi la combinazione di più cose aumenta la possibilità di avere questo tipo di conseguenze per effetti sinergici. E così via per le altre sostanze.

9. Le nuove generazioni vivono in un contesto di forte pressione sociale, digitale ed emotiva. Quanto incidono fragilità psicologiche, solitudine e bisogno di appartenenza

nello sviluppo di una dipendenza?

Questi fattori incidono moltissimo, in quanto spesso il consumo di sostanze arriva all’interno del gruppo dei pari e si inserisce in dinamiche di approvazione e imitazione. Inoltre, nell’era del digitale spesso ci sono gravi fragilità, disagi psicologici o addirittura malattie preesistenti (per esempio l’Adhd) che favoriscono il consumo di alcol e sostanze psicoattive. Dobbiamo necessariamente tenerne conto ed anticipare l’intervento preventivo quanto più possibile.

10. Dal vostro osservatorio, quali sono i campanelli d’allarme che famiglie, insegnanti e allenatori non dovrebbero mai ignorare?

In primo luogo, l’esternazione di qualche forma di disagio o di malessere, che deve essere prontamente affrontato con un dialogo aperto. Ad esempio, episodi di insofferenza, impulsività o aggressività non devono mai essere sottovalutati. Inoltre, se c’è un improvviso calo del funzionamento, ossia la persona inizia avere problemi con il rendimento scolastico o con la frequenza oppure non vuole più andare a fare attività extra scolastiche; anche in questo caso il tema va affrontato e indagato. La cannabis è la sostanza più frequentemente coinvolta in problematiche del genere.

11. Sul fronte della prevenzione, cosa non sta funzionando abbastanza oggi?

Le campagne di prevenzione degli ultimi decenni sono state basate su messaggi di terrorismo psicologico oppure di significato moralistico. Entrambe queste possibilità sono perdenti. Occorre, come stiamo facendo negli ultimi cinque anni con il supporto di OMCeO Roma (Ordine dei Medici-Chirurghi di Roma e Provincia), spostare l’attenzione sull’utilizzo della Peer Education e su una modalità di interazione orizzontale – con e tra i ragazzi – e mai verticale, ossia mai la modalità del professore in cattedra che tiene la lezione dall’alto. Inoltre, occorre effettuare cicli di incontri e non incontri singoli, in modo tale da aiutare i ragazzi a promuovere un percorso graduale di conoscenza, consapevolezza ma soprattutto abilità sociali che aiutano ad abbassare le difese psicologiche e ad aprirsi al confronto con un pensiero critico. (Foto)

12. E cosa bisognerebbe fare, concretamente, per parlare ai ragazzi in modo più efficace e credibile?

Il nostro modello sta dando ottimi risultati misurati con dei questionari pre e post- intervento. Mette insieme i principi della Peer Education con un modello di un mentore scientifico che si pone in maniera amichevole e che porta contenuti validi sul piano scientifico ma facilmente accessibili sul piano umano, anche attraverso la nudge strategy, ossia sfruttando le modalità leggere e mai aggressive.(Foto)

13. Qual è il messaggio più importante che vorrebbe mandare ai giovani e ai genitori sui rischi delle droghe e sulla necessità di chiedere aiuto senza vergogna?

Così come facciamo nelle scuole e nei circoli sportivi, a tutti loro voglio dire questo: conoscere approfonditamente questi fenomeni, che realisticamente non sono eradicabili; significa orientare meglio i propri comportamenti, sia tra giovani che tra genitori e insegnanti, e in questo modo progressivamente ridurre una serie d’incidenti o di effetti indesiderati che ledono gravemente la salute della popolazione. Questo significa mettere in atto la prevenzione sia primaria che secondaria e la mia esperienza pregressa in ambito oncologico mi ha aiutato molto a comprendere tutto questo. Viceversa, la vergogna e lo stigma (così come avveniva in passato con il cancro) ingigantiscono questo problema perché fanno in modo che non se ne parli e che non venga affrontato e pertanto sono degli aspetti che dobbiamo necessariamente combattere parallelamente a tutto il resto.

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