di Carlo Longo
Donald Trump rivela un tentativo Usa di rovesciare il regime iraniano armando i manifestanti. Accuse ai curdi e strategia fallita
Prima dell’escalation militare, gli Stati Uniti avrebbero tentato una strada alternativa per indebolire il regime iraniano: sostenere dall’interno una rivolta popolare.
A rivelarlo è stato lo stesso Donald Trump durante una conversazione con il giornalista Trey Yingst.
Secondo il racconto del presidente, Washington avrebbe fornito armi ai manifestanti scesi in piazza contro il governo di Teheran, nel tentativo di accelerare la caduta del sistema guidato dalla Guida Suprema Ali Khamenei.
Le proteste e la repressione del regime
Le rivolte, iniziate alla fine del 2025, si sarebbero diffuse rapidamente da Teheran ad altre città del Paese.
Il movimento di protesta, caratterizzato da slogan contro il potere religioso, è stato represso con estrema durezza.
Trump ha parlato di un bilancio drammatico, con decine di migliaia di vittime. Numeri che restano controversi: le stime dell’opposizione sono molto più alte rispetto a quelle ufficiali diffuse dal regime iraniano.
In quel contesto, gli Stati Uniti avrebbero deciso di intervenire indirettamente, puntando su un cambiamento interno piuttosto che su un’azione militare immediata.
Il ruolo dei curdi e le accuse di Trump
Secondo quanto dichiarato dal presidente americano, il trasferimento di armi ai manifestanti sarebbe avvenuto tramite milizie curde.
Ma il piano non avrebbe funzionato.
Trump ha attribuito il fallimento proprio ai curdi, accusandoli di non aver consegnato le armi ai destinatari finali:
una dichiarazione pesante, che mette in discussione un rapporto storicamente complesso tra Washington e le forze curde.
Da decenni, infatti, gli Stati Uniti mantengono legami strategici con queste milizie, spesso utilizzate come alleati indiretti in scenari geopolitici delicati.
Un’operazione mai riuscita
Nonostante i tentativi, il progetto di destabilizzazione interna non ha prodotto i risultati sperati.
Il regime iraniano è rimasto al potere, mantenendo il controllo attraverso una repressione capillare e impedendo che le proteste si trasformassero in una vera insurrezione armata.
Anche le ipotesi di un intervento più diretto, con il supporto di combattenti curdi sul terreno, non si sono concretizzate.
Dalla strategia indiretta all’escalation militare
Dopo il fallimento della strategia interna, gli Stati Uniti hanno progressivamente alzato il livello dello scontro.
Trump si è trovato così a gestire una linea più aggressiva, oscillando tra minacce militari e tentativi di negoziato con Teheran.
La “carta curda”, utilizzata inizialmente come leva indiretta, è stata accantonata, almeno temporaneamente.
Una crisi ancora aperta
A distanza di mesi, il regime iraniano non è crollato e la situazione resta estremamente instabile.
Le rivelazioni di Trump aggiungono un nuovo tassello a una crisi già complessa, mostrando come dietro le tensioni visibili si muovano strategie parallele, tentativi falliti e alleanze fragili.
E lasciano aperta una domanda: quanto è davvero cambiato l’equilibrio nella regione dopo questo tentativo fallito?
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L’articolo Trump e il piano segreto contro l’Iran: armi agli insorti e accuse ai curdi proviene da Associated Medias.

